Ogni mattina mi sveglio, prendo l’autobus che mi porta in stazione, salgo sul treno, puntualmente mi addormento nella vana speranza di recuperare quella mezz’ora necessaria a completare le 8 ore di sonno che mi servono, e mi dirigo al teatro. Tutte le mattine, appena metto piede fuori dall’ascensore mi attende il viso di Luciano Pavarotti che aimè se ne sta dentro quella cornice appesa sulla parete. Io gli rivolgo sempre il mio sguardo, quasi accenno un saluto con la testa e gli sorrido.
Nonostante il teatro sia stato intitolato a lui, la sua presenza si avverte soltanto grazie a quel quadro che lo celebra. Questo è, in breve, il rito che si ripete tutti i giorni e che mi ha accompagnato allo scoperta di quel meraviglioso mondo che è il teatro, prima a me ignoto. Non che ora io lo padroneggi, ma almeno posso dire di non esserne più completamente all'oscuro. Stamattina una delle impiegate dell’ufficio amministrativo ha salutato tutti i suoi colleghi: il suo tempo, lavorativo, è scaduto, è giunta per lei l’ora di andare in pensione. E sapete cosa ha detto? Ha detto che lei in questi anni ha svolto il più bel lavoro del mondo. Perché anche se lavori in un ufficio al quinto piano, lontano dal palcoscenico, e ti occupi di stipulare i contratti con gli artisti, sai che a cinque piani da te si respira cultura, sai che se ti capita di passare “per caso” nei “bassi fondi” è molto probabile che incontrerai la compagnia che sta mettendo a punto gli ultimi dettagli, che fa le prove generali, o l’antepiano. Ho sentito dire da poco che qualcuno ha detto che con la cultura non si fanno soldi, non si mangia. Bè in questi pochi mesi che ho trascorso tra i palchi e i corridoi del teatro, ho potuto scoprire che non è vero che la gente non frequenta i teatri. Certo, ce ne potrebbe andare molta di più. Se il governo incentivasse la cultura e desse i fondi necessari, come accade in molti altri paesi europei, invece che procedere esclusivamente a tagliare i finanziamenti, i biglietti costerebbero di meno, e forse sarebbero più numerosi i giovani che si avvicinerebbero alla sua magia.
Ho seguito quasi tutte le prove che si sono svolte per più di dieci giorni, e ho toccato con mano la passione che anima tutti i professionisti nel fare questo mestiere che non può essere animato dalla brama di denaro, perché quello che viene loro richiesto non è semplicemente di svolgere una mansione, ma in questo specifico caso, di regalare una storia al proprio pubblico. E questo vale tanto per gli interpreti quanto per i macchinisti, la sartoria, l’attrezzista, che sanno che ongi loro gesto, come il camminare nel buio per non essere visti durante il cambio scena, fa parte di un mondo fatto di trucchi, di trovate per cercare di non svelare l’inganno e per far sembrare vero ciò che è frutto di un meticoloso lavoro in cui nulla accade per caso, ma tutto è studiato in ogni minimo particolare.
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